Memorie, la mia autobiografia
Memorie che si ergono a capo degli uomini, che trascendono significati primordiali, che discendono visioni proprie di questo mondo. Memorie, significati profondi, asseribili alle leggi di campo, che in altro non descrivono come la materia, essendo strutturalmente propria,
Certi elementi considerati come elementi materici possono mutare nel tempo, conducendo un principio di osservanza all'interlocutore. Certi elementi materici descrivibili come facenti parte di elementi, quindi di sottoinsiemi di particelle possedenti una massa realmente piccolissima, realmente minima,
mutano in relazione all'osservanza e certe volte dobbiamo comprendere qual è quell'interruttore, quel singolo movimento, forse la presa di coscienza, forse qualcuno la chiamerebbe illuminazione, qualcun altro fornirebbe una spiegazione come essa possa essere un'antitesi del mondo terrestre.
Ma ciò che definisce l'osservanza di una legge di campo è proprio lei. Il focus, l'osservanza. E certe volte...
Non si può comprendere quanto la disgregazione di certi elementi possano essere concausali o civilmente causali, come la materia si possa coergere a capo di un elemento primordiale dell'ordine, che in altro non è che una simbiotica, per Carl Jung potrebbe essere sinergica, sincronica, realtà mondana, ma altro non è che il desiderio dell'uomo trasformato in virtù,
e fassi sì che gli uomini possano comprendere realtà di cui non ne posseggono la concezione e descrivere come la vera realtà quasi illusionistica della materia possa non far parte di questo mondo ma far parte di circostanze di ragioni per quale questa teoria possa essere formulata e simbioticamente concepita.
Lo step ultimo, finale, non vi è terreno.
Non potremmo confrontarci con un manifesto realizzante al ventunesimo secolo, che leggeranno gli storici come un processo primordiale della natura sistematica dell'uomo. E certe volte posso solo comprendere ciò che si erge a capo a questa natura,
ma nulla un altro non possa essere che all'uomo non fece paura e se mi ergo a capo di un moto discostante quasi inconcepibile per la realtà esso possa non essere quanto dell'essere più procreante del terreno la via si è segnata,
e desidero delineare come diversi processi umani, scientifici, caratteristici, ingegneristici, sistematici, possono essere descritti da questa breve poesia che ho cercato di esercitare con un prologue dove vi si va a confondere la prosa con le rime.
Quest'oggi desidero decretare un qualcosa di profondo,
E parto dall'esse, le memorie. Memorie che hanno caratterizzato la mia infanzia, che hanno caratterizzato il significato proprio attributivo che definivo mediante di esse. Assoluto il loro significato ai miei ricordi, che progressivamente nascono nella mia mente.
E che si ergano la condizione per la quale, quando vi è questo ricordo vivido, sensazionalistico della realtà soppressa nella mente di un individuo che in altro non può esprimere che la sua voglia è un tempo T, io desidero comprendere e concepire come esse sono memorie che si mettono nella mente di un individuo. Si mettono...
E probabilmente la difficoltà di esplicazione quasi si erge a capo di una catena che altro non fa che dissuadere la realtà? come la concentrazione...
Memorie che dipendono dalla realtà fisica, dipendono dalla realtà percepita, che quando probabilmente di anni ne avevo sette, non riuscivo a concepire come essi ricordi potessero essere così vividi e accesi all'interno della mia mente.
Ebbi i miei primi ricordi a pochi mesi dalla mia vita.
Detengo due insiemi di ricordi, ricordi di cui posseggo uno storytelling, probabilmente ne posseggo la ragione, ne posseggo una simultaneità, probabilmente si possono descrivere come la differenziazione che vi è tra...
un monocellulare, un pluricellulare. In questo caso potremmo definire come questi ricordi possono essere asseriti a pluriscenici o monoscenici. Il primo ricordo netto, pulito, che posseggo, vi è in una datazione tra i tre mesi di vita e i sette mesi di vita, in cui venivo preso in braccio,
trasportato in una vasca da bagno con una tinozza azzurra al suo interno. All'interno vi erano due persone fondamentali per la mia vita che in altro non posso descrivere come non la presenza di una figura paterna ma di due figure materne che hanno caratterizzato la mia vita e facendo ciò.
Una misurava l'acqua e, col suo fare dubbioso, spiegava, concepiva se l'acqua era adatta a un bambino di pochi mesi. E l'altra mi inseriva sulla tinozza e riesco talvolta a percepire il peso presente dei movimenti, probabilmente anche dell'acqua come una sensazione corporea che possedevo all'epoca.
Talvolta non riuscivo a movimentarmi. Era come se la mia coscienza, il mio spirito di iniziativa, il mio spirito di veglia era presente in un corpo che non poteva esprimersi. E ciò poneva a me stesso delle riflessioni. La riflessione di essere in un mondo in cui io non potevo agire.
Non potevo muovermi, potevo essere solamente l'osservatore. Vi è come ricordo nitido poiché si sviluppa in serie insieme successive dove vengo preso dalla vasca da bagno, mi viene messa una cuffia per i pochi capelli che possedevo, bianca, candida. Vengo preso, vestito, posizionato in un fasciatoio e vengo messo in una culla.
E là si erge l'ultimo istante del ricordo, l'istante in cui io prevedevo di agire, muovendomi, sorridendo, ma non potevo agire. Ero fermo, immobile, mi muovevo appena, mi ero addormentato.
In successione descrivo dei ricordi primordiali, monoscenici,
dove descrivo la realtà semplice che caratterizzava i miei primi istanti di vita. Prima di quel ricordo posseggo delle sbirciate, dei momenti in cui un altro non erano che delle immagini candide, bianche, e posso descrivere certe scene avvenute prima del mese di vita.
Come poteva essere? Ciò ricordo un momento in cui i miei occhi si aprivano, si chiudevano e non ero io a controllarli.
Non riuscivo a comprendere il perché. Chiudevo, aprivo gli occhi. E ciò mi condusse a comprendere come non conoscevo la lingua, non potevo esprimermi.
Ma ciò mi pose al mio sintomo di impotenza. Una delle prime monoscene che riesco a ricordare con una buona fluidità è quando vi ero. Una delle prime volte in cui venivo portato a spasso, datata a maggio del 2008. Aprivo e chiudevo gli occhi. Ero stanco.
Non riuscivo ancora a concepire la mia immagine. Dentro di me il ricordo non si è metabolizzato finché di anni non ne avevo tre. E scoprii finalmente scrivendo le mie prime frasi su un iPad.
Lo stesso iPad che nel 2011 venne presentato da Steve Jobs.
Con ciò ho iniziato a scrivere.
Scrivendo delle frasi su questo tablet, unendo le sillabe presenti in questo tablet e componendo delle logiche, aiutandomi delle terminologie di ricerca. Inizialmente ricordo che entravo su Safari, premevo dei tasti, uscivano le frasi che mano a mano componevo in maniera corretta e lì imparai a scrivere.
In primis, le prime frasi. Come possono essere? Ristoranti indiani. Foto. Una delle prime parole che imparai fu proprio foto.
Ristoranti spagnoli. Foto, Portoghesi. Foto.
E questo in me immise la naturalezza di concepire una realtà virtuosa nel metabolizzare ricordi di due anni prima, tre anni prima, mesi mesi prima, concependo una realtà che potesse fornirmi una buona predisposizione.
Ciò mi condusse, condusse il mio animo a concepire quei ricordi, meditando su di essi, creando storie fantasiose sulla mia realtà, esprimendomi in maniera creativa. E in altro non fu che la mia prima passione è il disegno. Scoprii il disegno per puro caso di anni ne avevo due e qualche mese.
Mi appassionai al disegno poiché andai a una visita medica e tra un momento e l'altro vi erano probabilmente dei fogli. Presi una penna in mano e iniziai a tratteggiare in maniera confusionaria.
Lì compresi che la realtà che visualizzavo dentro di me poteva essere segnata e da lì proseguivano dei virtuosi disegni di fantasia che caratterizzarono tutta la mia infanzia. Imparai come le immagini dentro di me potevano essere mezzo d'espressione per cercare di concepire una realtà per cui essa possiede degli elementi caratteristici.
Ricordo la maggior parte dei dialoghi intrapresi in vita mia, tanto che cerco, mi ricordo i dialoghi con qualsiasi persona che io abbia mai parlato in vita mia, tanto che riesco, molto spesso, incontrando persone che non vedo da decadi, da una decade di anni, a esplicare: non ti ricordi di me?
Forse non ti ricordi, ma mi insegnasti tu, bambino, questa parola che è considerata volgare in questa condizione, con questi elementi, con questo, con maniera visualizzativa. Tante volte questi ricordi non svaniscono, vengono amplificati e concausalmente incatenati. E descrivo ciò come uno dei più bei doni,
Raramente può succedere che qualche volta mi confonda su questi ricordi, poiché la mole di ricordi, la mole di immagini che riesco a visualizzare è particolarmente importante. Tutt'oggi una volta compresa la metodologia di sistemi importanti,
come possono essere equazioni di grado superiore al secondo, riesco a immaginare qualsiasi metodologia, ovviamente con l'ausilio della mente, procreando un'attività mentale in grado di riuscire a farmi visualizzare ogni singola movenza nella mia mente, costruendo qualsiasi sistema meccanico all'interno della mia mente, codesta proprietà mi è venuta circa all'età di 10 anni.
A dieci anni, quando prima del mio compleanno, a marzo di quell'anno, dissi dentro di me: nella mia vita o sarò un genio o la mia vita è inutile. E ciò condusse le mie risposte, quello che un tempo consideravo materia incomprensibile, la frequenza con cui questi ricordi, il piacere, il benessere di descrivere certe situazioni in maniera autobiografica, con una memoria biografica superiore.
Ciò mi condusse in un'età particolarmente giovane a descrivere me stesso come una persona diversa, una persona non accettabile, una persona che meritava di essere cambiata.
Questa disgregazione iniziò quando iniziai ad appassionarmi, all'età di anni sette, al regismo, alla cinematografia, all'arte cinematografica, osservando un film in particolare, la vita è bella di Roberto Benigni.
Osservando quel film, descrissi i monologhi di Benigni e le interazioni con gli altri personaggi come superiori agli altri attori, e decisi, vedendo, essendo io curioso, il dietro le quinte, di voler replicare lo stesso. Iniziai così con la modellazione in 3D, iniziai a concepire con il computer modelli animati, tanto che realizzai il mio primo cortometraggio animato in tre dimensioni.
A otto anni, stessa età in cui iniziai con la programmazione, età in cui con l'ausilio della programmazione mi incuriosii in primis l'utilizzo di strumenti primordiali senza l'utilizzo di codici, per poi passare in quarta elementare allo sviluppo di strumenti specifici per community di videogiocatori con Telegram, creando dei piccoli script in relazione ad automatismi che potevano essere utilizzati per interagire mediante server esterni. Mi divertivo a leggere la documentazione di questi server esterni, leggendo come collegare singoli elementi a strati più profondi di collegamenti che in gergo si chiamano API, concependo ciò come una realtà divertente.
Una missione, un lavoro.
Passavo tutte le mie giornate dopo la scuola a programmare al computer.
Troppe ore per un bambino di quell'età. Tanto che chi mi stava vicino si preoccupava delle ore che passavo al computer.
Là imparai la realtà.
Iniziai ad appassionandomi di simulazioni e di sistemi complessi.
Similmente mi appassionai alla composizione musicale in seconda elementare spolverando i ricordi di quando, all'età di tre anni, iniziai a suonare strumenti come il pianoforte e la chitarra, di cui posseggo un vivido ricordo.
Iniziai a suonare il violino e passai direttamente alla composizione dopo una singola lezione di violino quando decisi nella mia mente che non dovevo più suonare i brani altrui ma comporre brani propri in seconda elementare.
Iniziai studiandomi su internet come si compone, come si riesce a concepire delle teorie naturali sfocianti nella pratica del suono.
La crescita intellettuale vorace vi è stata da anni dieci ad anni quattordici, in cui non vi era un singolo giorno, nonostante la mal comprensione di chi mi stava intorno nel comprendermi e nell'incoraggiarmi a proseguire con i miei interessi
Iniziai a informarmi della descrizione di sistemi particolarmente complessi. Iniziai ad appassionarmi allo sviluppo di applicazioni, iniziai a comporre musica, iniziai a seguire lezioni, in particolar modo di astrofisica, all'età di 10 anni.
Seguivo queste lezioni non possedendo nemmeno le conoscenze di cosa poteva essere un numero naturale, un numero primo irregolare o un numero complesso.
Mi appassionai a ciò.
Ho sempre avuto un qualcosa di irrisolto con la matematica, poiché questa materia che tanto mi appassionava mi è sempre restata ostile.
Forse poiché dovevo cimentare un poco più di tempo per condurre operazioni che erano molto più complesse del livello scolastico, probabilmente espressioni e teoria dei numeri e modelli asseribili a modelli complementari,
La consideravo particolarmente noiosa. Ho iniziato ad apprezzare la matematica partendo dalla geometria differenziale, partendo da sistemi geometrici come la geometria sacra e l'archeoastronomia studiandomi frattali ad anni tredici, ma appassionandomi prima della matematica alla filosofia, iniziando a concepire, ad anni tredici, come dietro quella singola formula vi erano delle realtà che potevo descrivere con le parole.
Mi appassionai alla matematica, non smisi più.
Nonostante mi renda conto che non sono il miglior matematico, la miglior persona a cui chiedere qualcosa sul formalismo, mi rendo conto che le mie intuizioni, in particolar modo in certi sistemi, la mia rapida velocità di comprensione, ciò che mi ha sempre contraddistinto, la mia memoria particolarmente importante, mi porta a delle conclusioni che per certe persone possono richiedere diverso tempo prima solamente di comprendere una propria conclusione.
Scrissi ad anni dodici dei testi considerabili a livello PhD in filosofia, in particolar modo materia che mi appassiona tutt'oggi.
Scrissi dei testi ad anni tredici sull'avvento delle teorie non locali, ispirandomi a una lettura che mi ha particolarmente segnato, ovvero Penrose, cercando di descrivere quei sistemi come parte di una realtà più grande, descrivendo la coscienza e i modi di coscienza negli anni tredici, descrivendo esperienze post mortem di cui io ne posseggo ancora i taccuini, dove assurgo a livelli per cui la realtà viva, la realtà notabile, la realtà che realmente è fondante, è una realtà non fisica, ma è una realtà in cui la coscienza si dirama mediante l'utilizzo della ragione, come Penrose descrive i suoi modelli come sistemi non locali, sistemi collettivi in cui vi sono diversi livelli di concezione materica personale dell'io e la disgregazione dell'io e dell'ego è stato uno dei primi argomenti che ho affrontato ad anni tredici dopo l'avvento del mio proprio amore per la filosofia ad anni dodici.
Ciò mi condusse a comprendere come tutti i miei sforzi mentali all'epoca, da anni otto, anni dieci, erano per comprendere la monotonia del tempo che non passava. E mi ricordo ancora una frase che descrissi a una persona. Ad anni sette, ovvero: per me il tempo è un'illusione.
poiché, essendo io, Lorenzo, una persona fisica che ragiona, dissi testualmente che quando mi distendo sul divano; e penso, penso, penso, il tempo scorre, ma solamente in maniera materiale. Poiché, esprimendosi in maniera materiale, un altro non è che un elemento che è concepibile dall'uomo in forma scritta.
Poiché io feci questo ragionamento a un avvocato Milanese durante una cena, egli offrì la cena a me e a mia madre, stupito di come un bambino di sette anni che si esprime in questa maniera propose lui una questione così intrigante.
Scrissi con una penna su un tovagliolo ad questo avvocato durante una cena domandando prima lui se poteva scrivere il tempo?
Chiedendo lui se poteva scrivermi i numeri da uno a dieci
Lui scrisse i numeri da uno a dieci.
Domandai lui se poteva contare fino a 10 vocalmente e replicare questi numeri
E lui esclamò : " sì, li posso replicare."
Feci notare lui come se ora non esistesse quella carta ovvero il tovagliolo e non esistesse nemmeno la sua di voce, il tempo scorrerebbe ugualmente
Lui esclamo come sì scorrerebbe ugualmente.
Per questo, conclusi, che il tempo era un'illusione con un'esclamazione di entusiasmo.
Questa è la descrizione temporale che ho fornito a questa persona mentre ero a cena a sette anni.
Un altro avvocato, quando ero in prima elementare dissi a lui, riferendomi alla mia figura paterna: "io posso in qualche modo perdonarlo, ma è come se oravado da te, , prendo un martello e faccio il buco in questo muro! tu, essendo che mi credi un bambino, mi perdonerai assolutamente, senza indugio. Però il buco rimane. Dopo il perdono dovrai chiamare un muratore."
Questa è la descrizione sulla natura del perdono che senza indugio proposi ad anni sei, cercando di comprendere come queste memorie si interfacciano in un mondo concausale.
Questi elementi furono profondi.
Iniziai ad appassionarmi alla meccanica tanto che tanto mi formò intellettivamente, tanto che iniziai a utilizzare la macchina fotografica professionale che possedeva mia madre ad anni quattro, portandola alla scuola dell'infanzia, iniziando a fornire delle foto, a scattare delle foto e a non smettere più finché la maestra non me la sequestrò.
Ugualmente ad anni due mi fu regalata una macchina, una macchina telecomandata, quelle macchine in cui i bambini si possono sedere e provare l'ebrezza di essere guidati.
Quella macchina venne tagliata dal me stesso che la smontò ad anni sei. A sei anni presi quella macchina, tagliai i principali cavi e mi resi conto di come internamente era costruita, concependo come doveva per forza arrivare a far parte del circuito per guidarla autonomamente senza il telecomando scoprendo che non esisteva all'interno della macchina, ma era proprio un componente del telecomando.
Iniziai a smontare i telecomandi della televisione. Iniziai a rompere diversi elementi elettronici per comprendere il loro funzionamento. Non riuscivo a stare fermo. Avevo la necessità di comprendere la meccanicità di ogni cosa.
Ciò condusse me stesso a proporre una filosofia di vita, di esistenza.
Pensavo che il mondo potesse essere un universo meccanico in cui io, da persona umana, potevo comprendere il funzionamento.
Queste sono solamente delle memorie che caratterizzano il mio percorso di crescita, il mio percorso evolutivo.
Ciò che vi sono stati degli anni di forma mentis che hanno caratterizzatola mia mente, il mio pensiero, la mia complessità intrinseca, soluzioni innovative.
Ho sempre pensato che io potessi essere svantaggiato in un certo senso, poiché, potendo alludere a una vorace crescita intellettiva, non ho mai dedicato il tempo che io volevo dedicare allo studio, avendo io, e dichiarandomi, uomo senza lettere, poiché avendo dedicato un tempo minore alla lettura, ho sempre assunto dei miei ricordi, ho sempre compreso come ricordandomi gli elementi della maggior parte delle informazioni della mia vita in maniera autobiografica non avessi bisogno di concepire la realtà letteraria.
Non ho mai infittito le mie giornate con la lettura preferendo l'osservanza dei fenomeni naturali e derivati, nonostante il mio libro preferito è stato Favole al telefono di Gianni Rodari, letto ad anni cinque. Probabilmente il mio primo libro. Me ne appassionai, veramente tanto, perché me lo regalarono. Mi regalarono quel libro e mi dissero: questo lo leggerai quando sarai più grande. E no! lo voglio leggere adesso, voglio comprenderlo adesso. Avevo masticato la letteratura, sapevo già leggere sapevo già scrivere.
La mia volontà venne tradotta nella necessità di leggere Favole al telefono di Gianni Rodari in maniera ottimale, concependo un motto che tutt'oggi è parte della mia metodologia sistematica; non rimandare a domani quello che puoi fare oggi.
Mi sono sempre sempre sentito in competizione con il mondo.
Questo ha caratterizzato la mia vorace crescita intellettiva.
Detto ciò, possiamo definire e comprendere profondamente come queste sono delle memorie che caratterizzano la mia vita, i miei primi anni di vita.
Ma questi non sono solamente ricordi, sono concezioni. Posso descrivere la vita di un personaggio. La descriverò in terza persona, narratore onnisciente.
Il personaggio in questione non gli fornirò il mio nome, egli, questa persona, viene descritta come una persona intellettivamente abile, forbita, concepita e materialmente assorbita nei suoi pensieri.
Codesta persona è seduta in un viaggio, questo viaggio che io ho intenzione di descrivere come un piano-sequenza, quando la camera e il regista onnisciente propone questo piano-sequenza descriverò ogni singola azione concependo come in nessuna scena la sua figura è interpretabile.
La mia propria necessita di concepire in una sola scena, un unicum, una vita intera, o meglio, il momento più importante di una vita intera.
Questo lo si può fare solamente se il protagonista è il narratore onnisciente.
Detto ciò desidero descrivere questa realtà.
Vi è quest'uomo
dopo il lavoro, dopo la sua vita, dopo aver concepito la realtà di questo individuo a cui attribuisco la grande e chiara fama di aver concepito una sua propria vita in cui egli è il protagonista della sua vita.
Un'ambizione pure per me. Egli possiede un'azienda.
Possiede dei collaboratori, è preso, stressato, si occupa di materiali, ciò che è anche una mia ambizione, materiali intesi come scienze di nanotecnologie, si occupa di deep learning, altra analogia con il mio personaggio, e ciò gli consente, durante una progressione materica, quest'uomo si sveglia. Questa memoria sarà descritta in maniera fortissima, potente.
Questo narratore lo descriverò in prima persona la seconda parte, cercando di fornire gli elementi fondanti:
Il sole sorgeva a mezzogiorno. Cercavo di comprendere quanto il tempo egli si dilatasse nel momentum. Guardavo fuori dalla finestra, vi era un condominio, vi erano altre persone che lavoravano. Ciò era specchio delle interpretazioni proprie che altro non sono che la mia proiezione di vita.
Il mio collaboratore mi chiamò al telefono e continuavo a competere con me stesso e con gli altri.
Cerco di descrivere la situazione in cui io, dopo diverse chiamate con una persona importante, un mio cliente, un mio potenziale cliente, un affare che valeva tanto denaro, quasi inquantificabile per il mio fatturato, un più 60% solamente con questa operazione, sentivo che il mondo non era altro che una concezione umana.
Uscii, presi il mio cappotto, un bel cappotto azzurro. Mi ricordava il momento in cui l'avevo comprato, poiché per me era un qualcosa di speciale. Erano altri tempi. Non ero assorto nel mio pensiero, non ero assorto nel mio lavoro. Ero all'università.
Proseguendo e scendendo le scale, presi il mio biglietto dell'autobus, poiché la mia macchina era dal meccanico. I problemi vitali partecipanti della vita quotidiana. Le macchine non sono sistemi infallibili... pensavo tra me e me
Camminavo, camminavo a una buona velocità. Mi emozionavo poiché meglio di chiunque altro io sapevo scorgere sentimenti altrui e i miei collaboratori mi consideravano uno "sgamatore" di bugie vivente , proprio perché riesco a comprendere le micro-espressioni facciali che erano presenti all'interno dei volti delle persone.
Camminando cercavo di cogliere il sentimento personale delle persone, che era un elemento atipico, atipico per la realtà che io immaginavo quando ero un bambino ovvero pensavo in maniera ingenua di conoscere il mondo, ma ormai ero un adulto con un'azienda a carico, collaboratori.
Quindi meditavo sulla la realtà delle persone pensavo, scrutavo come la vita delle persone non era come la mia. Non tutti possedevano un'azienda come la mia. Non tutti possedevano dei collaboratori. Non tutti possedevano i problemi che avevo io. Non tutti possedevano la mia realtà interiore, la mia profondità di scrutare la materia e di concepire e usarla.
Camminando mi resi conto di possedere il biglietto dell'autobus, ma odiando i posti affollati presi questo mezzo solamente poichè non ne avevo scelta, non presi il primo autobus che passò colmo di tutti gli studenti liceali che tornavano a casa, ma avevo intenzione di montare sopra quello dei quaranta minuti successivi. Dovevo tornare a casa, 3.6 km di distanza da casa in una delle mie dimore.
Presi il biglietto, lo inserii per vedere a che ora era, mediante il QR code, era esattamente tra dieci minuti, ero impaziente, e lì concepii che dovevo effettuare un qualcosa.
La mia mente non era precognitiva, ma era assecondata da un pensiero unico. Dovevo concludere una teoria.
Non era per lavoro ma probabilmente aveva una seconda importanza, ma era ciò per cui vivevo, ciò per cui dimostravo affetto. Camminavo... Vi era giunta l'ora di prendere l'autobus. Salii sull'autobus, facendo attenzione al cogliere il giusto tempo scorrente per non inciampare nel gradino.
Salii.
Mi sedetti nel mio solito punto di quando da liceale prendevo questo mezzo, ovvero non dietro il conducente ma nei sedili adiacenti alla seconda fila; i posti reclinabili in maniera simmetrica, poiché quando ero adolescente e mi immaginavo un mondo proprio, mi proclamavo una persona colta e istruita, volevo sedermi sempre in posizioni simmetriche perché pensavo che lì vi fosse la maggior carica ispirazionale, motivazione per rendere la mia vita unica, o quantomeno il tragitto tra l'autobus, tra la scuola e casa. E lì mi resi conto che era l'unica strada, era l'unico elemento, l'unico posto vuoto.
"Ah, che fortuna! è l'unico posto vuoto."
Mi sono seduto.
L'autobus si è messo in moto. I primi istanti non ho posseduto un ricordo ben preciso di quegli istanti, perché probabilmente ero assorto nei miei pensieri a concepire le azioni che dovevo effettuare per aggiornare i miei collaboratori una volta fossi tornato a casa.
L'autobus continuava con il suo tragitto, circa allo sbocco che deviava con il viale principale presi il mio taccuino dallo zaino, aprii la cerniera, e, aprendo la cerniera, presi il notebook e una penna, iniziai a scorgere la realtà.
Di fronte a me vi era un uomo, un avvocato, che si addormentava, molto stanco, novantenne, ma continuava a lavorare, novantenne, non più possedente di una macchina, ma era su quell'autobus a tornare dal lavoro verso la strada di casa.
Questa persona non mi guardava, mi guardava di rado, mi guardava solamente di sbieco.
Guardando il volto di questa persona , guardando e proiettando me stesso come la mia maturità per non dire vecchiaia di me fra qualche anno, fra decadi di anni, ho concepito un qualcosa di unico. Per la prima volta ho concepito a metà del tragitto che la mia mente e la mia coscienza, in altro, non erano che un'emozione unica.
Per quel momento concepii un qualcosa di non aver mai provato in vita mia.
Ero un essere umano? Sì, perché la cosa più inedita in un mondo di questo tipo è rendersi conto che io sono un essere umano.
Ragionando così... dopo la mia vita non vi è più niente.
Dopo la mia vita tutto questo non esiste più.
E dove andrò dopo la mia vita se questo, tutto quello che è la vita, e la vita stessa che mi concepisce, non esisterà?
il dubbio si fece esistenza.
Lì proclamai una delle più belle teorie che pubblicai in seguito.
Probabilmente non un'altro elemento non restò nelle mie memorie.
Lì mi resi conto di essere un umano e composi un pensiero; mi sento limitato per essere una persona.
Sono limitato come essere umano e io mi sento una persona nel corpo di un essere umano.
È un po' come quel filosofo che si chiese migliaia di anni fa se lui era un umano che sognava di essere una farfalla, o una farfalla che sognava di essere un umano. Vi è una sottile concezione tra ciò.
Ciò è la cosa più semplice da descrivere nelle nostre memorie, perché in altro non è che un ricordo costante, vivido, della nostra vita.
Talvolta potrà anche non esistere, potrà anche scomparire la realtà materica in cui noi siamo immessi.
Ma ciò che ricorderà è la rete sistemica del sistema complesso in cui le persone, a loro volta, concepiranno noi stessi come parte delle loro memorie e noi stessi come parte delle memorie.
È come se fosse un'inseminazione genetica che va avanti per secoli.
" Io non ho conosciuto tuo nonno, ma io, mia madre ha conosciuto tuo nonno. Mia madre ha ricordo di tuo nonno e io ricordo di mia madre"
È una concatenazione di ricordi svolgendosi in maniera precisa, concepente, in maniera talvolta limitata alla mente umana.
L'ottusità di questo sistema è per la sua natura fallimentare, poiché io non posso conoscere tuo nonno se l'ha conosciuto tua madre.
Ma è anche uno dei più grandi paradossi viventi della logica mondana. un qualcosa che affascina te.
Te che sei imperfetto, imprevedibile, particolare.
Te che per ogni cosa ponevi il tuo dubbio.
Te che possiedi una memoria autobiografica.
Te che possiedi lo strumento per indagare la realtà.
Che non ti sei mai fatto sopravvalere dai sistemi che hanno combattuto la tua natura.
I sistemi che ti volevano abbattere, ti volevano come gli altri.
Ma tu non eri come loro.
Non parlavi come loro, non concepivi come loro; stavi sempre da solo seduto a scrivere con un gessetto, a disegnare mondi che non esistevano, guardando gli altri con i tuoi occhi vividi che scrutavano la materia e concepivano un ricordo di nostalgia, quasi dolente, quasi da piangersi sopra.
Dedicato a te.
Dedicato a te,
sì, oh mia creatura, che in altro non sei che il riflesso di me stesso nei miei occhi. Sei parte delle mie memorie, che giungerai per conto di esse in maniera ottimale, come i concetti che ti contraddistinguono, come questo concetto che ti ha contraddistinto e questo pensiero tu l'hai formulato ad anni dieci,
possedendo una concezione che molto spesso le persone non hanno.
Dedicato a te. Piccolo e insensibile,
ma anche giocherellone, scherzoso.
Talvolta sensibile in una maniera che solo te puoi descrivere,
Dedicato a te, che in passato hai effettuato qualcosa di grandioso, sacrificando parte della tua vita. Ma non è un sacrificio, lo sai? Perché questo non è un sacrificio. Perché tu eri immesso in un obiettivo, un obiettivo che senti vitale.
E chissà se un giorno scopriremo se la sistematicità di questo sistema è parte di un sistema integrante, casuale o concausale o evolutivo di natura cosciente. O forse sei te a decidere la concausa delle cose, e soltanto una materializzazione di ciò. Dedicato a te. Che mi hai aiutato. Mi hai fatto comprendere ciò che non comprendevo.
Sei stato la metamorfosi del sistema che mi ha portato fino a dove sono ora.
Dedicato a te.
Oh mia piccola gioia che vive nelle mie vivide memorie.